ll confine e il rispetto che fa la differenza
Qualche giorno fa, la collega Caterina Carbonardi executive e team coach, già presidente di ICF Italia 2022, ha aperto un confronto importante sul tema dei confini del coaching, in particolare su come comportarsi quando, durante una sessione, emergono tematiche che sembrano sconfinare in ambiti di competenza non propriamente coach.
Ho accolto con gratitudine il suo invito a contribuire alla riflessione, cogliendo l’opportunità di condividere non solo la mia opinione, ma anche alcune buone pratiche concrete che utilizzo nel mio lavoro quotidiano, io coach di primo pelo, permettetemi il termine.
Nel suo post, Caterina pone quattro domande cruciali, che riprendo qui punto per punto, offrendo la mia risposta con l’auspicio che possa essere utile alla comunità dei coach, sia ICF Italia che non, e in particolare, a chi è all’inizio del proprio percorso professionale in un panorama dove purtroppo la figura del Coach qui in Italia rischia di perdere la sua vera identità con le diverse scuole che vedo nascere come funghi e che vendono competenze acquisibili nel giro di 3 settimane, quando al contrario ci vogliono mesi, anni, continuità formativa e costante aggiornamento.
Mancanza di valori, rispetto dei ruoli e trasparenza purtroppo hanno generato diverse complicazioni per chi, come me, vuole svolgere questa professione con serietà.
Ritengo che le risposte alle domande condivise da Caterina, possano far luce su tanti dubbi legati alla questione ma le condivisioni che al termine del post dei partecipanti che ho invitato al dibattito, possano fare luce e generare chiarezza.
Coaching e psicoterapia:
1) Come distinguere tra una reazione emotiva minima e un disagio che richiede un intervento non coaching?
Nel mio approccio, la distinzione inizia prima ancora della prima sessione. Utilizzo un form di accesso alla call di allineamento gratuita, studiato appositamente per cogliere, con delicatezza, eventuali segnali di disagio profondo. Tra le domande “a trabocchetto”, ne inserisco alcune per capire:
- Se il potenziale cliente ha già intrapreso percorsi di psicoterapia
- Cosa non ha eventualmente funzionato in quella esperienza
- Cosa si aspetta di diverso da un percorso di coaching
Chiedo anche quanto conosce la differenza tra coaching e psicoterapia, e con una scala da 1 a 10, verifico il livello di disponibilità al cambiamento: se il valore è sotto il 7, non procedo neppure con la call perchè ritengo che una persona che non sia pronta ad impegnarsi ad un cambiamento che necessita di responsabilità in un lavoro di breve termine, diventerebbe un arma a doppio taglio.
In questo caso rispondo via mail con educazione che alcune info da lui condivise non mi permettono di continuare la condivisione e mando un link di ICF con un articolo che spiega in maniera dettagliata la differenza tra le due competenze.
Se invece la call è fattibile, durante il suo svolgimento , vado a fondo in modo rispettoso e analitico, di tutte le risposte ottenute con diverse domande aperte e, applicando l’arte della maieutica sostenuta delle competenze in Emotional Skills & Competencies di Paul Ekman (I&G Management) inizio a leggere i segnali emotivi, le coerenze e le incoerenze tra contenuto e comportamento, per capire se la persona ha davvero bisogno di coaching o di un altro tipo di supporto professionale.
In caso di dubbio, la chiarezza è un atto etico: spiego con fermezza cosa è coaching e cosa non è, senza dare consigli ma lasciando al cliente la possibilità di scegliere consapevolmente la strada più giusta per sé.
Coaching e psicoterapia, la linea di confine
2) Se il coach capisce, tramite una comunicazione più approfondita, di non essere nel suo perimetro, ha gli strumenti per indirizzare il cliente da uno psicoterapeuta?
Questione delicata. Da quando ho abbracciato la metodologia Coaching by Values di Simon Dolan, sono profondamente convinto che la responsabilità del coach non sia solo quella di “fare bene coaching”, ma anche di sapere quando non farlo e questo abbraccia valori etico sociali molto alti in ottica di gioco infinito, “cosa posso fare per gli altri“, ma anche emotivo evolutivi legati al mio benessere personale.
Andare contro a questi principi valoriali e morali non mi farebbero essere un buon coach.
Per questo, nella mia pratica, avendo fatto diversi percorsi di psicoterapia, ho scelto di dotarmi di strumenti preventivi e di una rete di professionisti da poter eventualmente coinvolgere.
Non si tratta, ovviamente, di “indirizzare” in senso prescrittivo, cosa che rischierebbe di sconfinare in un ruolo che non ci appartiene, ma piuttosto di aprire uno spazio di consapevolezza con il cliente su ciò che sta emergendo.
Mi spiego meglio: Se in fase di esplorazione o in una sessione, anche ben avviata, sento che la persona sta cercando nel coaching una cura a un malessere più radicato e profondo agisco con la massima trasparenza.
Posso dire, per esempio:
“Da quello che stai portando, sento che potresti avere bisogno di un supporto diverso, più adatto e specifico. Il coaching lavora sul cambiamento, sull’attivazione di risorse, ma non è pensato per elaborare stati di disagio emotivo persistenti o blocchi profondi. In questi casi, un altro tipo di professionista potrebbe aiutarti meglio.”
Non suggerisco chi vedere, né offro diagnosi. Ma se ho instaurato un rapporto di fiducia durante la call posso, solo se richiesto, mettere a disposizione contatti di colleghi psicoterapeuti di comprovata professionalità, lasciando sempre a chi ho davanti la piena libertà di decidere.
La competenza, per me, sta nell’evitare confusione di ruoli, senza però lasciare la persona nel vuoto.
Coaching e psicoterapia: le sinergie possibili
3) Se il cliente è seguito da uno psicoterapeuta in ambito personale e desidera lavorare con il coach in ambito professionale, è giusto chiedere al cliente di informare il terapeuta dell’inizio del percorso?
Nella mia pratica, quando un potenziale cliente mi informa di essere già seguito da uno psicoterapeuta, accolgo questa informazione come un elemento prezioso e, con il massimo rispetto, invito la persona a porre la questione al proprio analista.
Non per “chiedere il permesso”, ma per creare – se possibile – una collaborazione sinergica, in cui le due professionalità possano coesistere in modo complementare, ognuna nel proprio piano d’azione: la psicoterapia per l’elaborazione del vissuto profondo; il coaching per l’attivazione di risorse nel presente e verso un obiettivo.
“Ti invito a condividere con il tuo terapeuta la volontà di iniziare un percorso di coaching, in modo che possiate valutare insieme se questo doppio cammino possa essere utile e coerente con il tuo processo di cambiamento.”
È raro che il terapeuta risponda positivamente, riconoscendo il valore di una doppia prospettiva. Ma può accadere anche il contrario. In ogni caso, rispetto profondamente il parere dello psicoterapeuta, così come il tempo e lo spazio della persona che ho davanti.
Accetto con serenità anche un “no”, perché so di aver fatto la cosa giusta: aver anteposto l’etica professionale al desiderio di iniziare un nuovo percorso.
Chiarezza, rispetto e senso del limite sono per me la bussola della direzione per garantire un coaching di qualità e soprattutto umano.
Coaching e Psicoterapia: accompagnare il ciente
4) Una breve sessione di chiusura può aiutare, se il cliente lo desidera, ad accompagnarlo nel prossimo passo?
Assolutamente sì. Credo fermamente che una sessione di chiusura consapevole, anche se breve, sia un atto di cura professionale, e non solo un dettaglio formale.
Se durante il percorso o già nella fase iniziale emerge con chiarezza che il coaching non è il contesto più adatto, propongo sempre, se il cliente è disponibile, ad un incontro di chiusura strutturato. Non come “saluto”, ma come spazio di restituzione e orientamento, il prezioso feedback, che nelle competenze delineate in ICF, è uno strumento potente di riflessione e consapevolezza personale.
Questo per rielaborare insieme quanto è emerso, dare un senso all’interazione vissuta e accompagnare il cliente verso il prossimo passo con rispetto e lucidità.
In questa fase non fornisco soluzioni, né consiglio professionisti specifici (se non su richiesta esplicita e con dovuta cautela), ma onoro la relazione attraverso:
- un ascolto attivo e non giudicante
- una comunicazione trasparente
- l’esplorazione di eventuali nuove consapevolezze emerse
- il rinforzo dell’autonomia del cliente nella scelta di come proseguire.
È anche un modo per evitare “interruzioni secche” che possono lasciare strascichi emotivi, specialmente se il cliente si era avvicinato al coaching in un momento di fragilità o in cerca di una risposta salvifica.
Una chiusura ben gestita è, a mio avviso, una vera espressione di professionalità e maturità. Perché anche dire “non è il mio ruolo accompagnarti in questa fase” può essere un grande gesto di supporto… se detto con presenza, ascolto e rispetto.
Grazie Caterina per il confronto e mi piacerebbe coinvolgere alcuni altri miei mentori che ho scelto per questa professione e che seguo con interesse nel loro lavoro di divulgazione professionale qui su questa piattaforma.
Da Gianvito, il vostro artigiano di emozioni |Life | personal | Team Coach è tutto
Ti aspetto sulla mail coach@gianvitotracquilio.it per fissare un incontro dove valutaeremo insieme con una seduta di 45 minuti, se siamo il match giusto per iniziare questo viaggio insieme.


